
01
Un problema con gli abbonamenti
Qualche giorno fa ho ricevuto una mail da Apple TV+ con scritto “il tuo abbonamento è stato rinnovato!” La mia prima reazione è stata quella di profonda indignazione con chi avesse commesso questo grave errore. Figurati se io, risparmiatore seriale nonché quasi-trentenne sottostipendiato, mi abbono ad una cosa completamente superflua come Apple TV+. FIGURARSI SIGNORA MIA.
Poi mi sono ricordato che un mese fa avevo fatto un account in prova gratuita per vedere Severance (Scissione) perché non trovavo la nuova stagione in streaming, e me ne sono dimenticato…fino al momento della mail.
Ma il punto è che questa cosa mi capita sempre più spesso, anche rispetto a qualche anno fa. O ho fatto una prova gratuita, o ho pagato solo un mese con l’intenzione di vedere una serie e poi disdire tutto, o ho effettivamente fatto un abbonamento e da lì ad un anno avrò visto in tutto 4 film.
Al momento di sottoscrivere account, il mio cervello ormai sembra aver normalizzato completamente la dinamica classica degli abbonamenti in prova. Sembra disposto a correre il rischio di pagare quel servizio anche senza volerlo, accettando la possibilità che io mi dimentichi della scadenza, e che altri 8, 10 o 15 euro vengano rimossi dal mio conto. Tanto, si può sempre approfittare di quel mese per vedere qualcos’altro (che non avevo intenzione di vedere), per poi dimenticarmi nuovamente di annullare prima del prossimo rinnovo, e così via verso l’attrazione tipica di quello che nel marketing viene chiamato “funnel”: attirare il pubblico più “freddo” e distaccato in una zona sempre più calda di accettazione e normalizzazione della spesa.
Parlando di piattaforme di intrattenimento, è anche normale che il mio cervello la pensi così, ad oggi solo per l’intrattenimento abbiamo abbonamenti per ogni singolo interesse e per le sue diramazioni di nicchia: pensate a Netflix o Prime Video per Serie TV più commerciali, e MUBI per il cinema d’autore perché “figurati se io guardo le commercialate di Netflix”; o la musica da Spotify, a SoundCloud per gli artisti più emergenti, fino ad arrivare a BandCamp, piattaforma in cui gli artisti vengono direttamente supportati dai fan; o ancora l’universo di pacchetti in abbonamento per i videogiochi: per giocare quelli nuovi, quelli vecchi, quelli in anteprima, o per vedere altre persone giocare tutte e tre le tipologie su Twitch o Youtube.
Anche dove non siamo obbligati a pagare direttamente con il nostro profumato danaro, ci muoviamo comunque dentro piattaforme che decidono arbitrariamente quali contenuti includere, quali escludere e quali includere solo per qualcuno disposto a pagare, mentre la plebaglia può godersi una versione gratuita con ormai oltre 10 minuti di pubblicità ogni 5 di contenuti.
Avendo poi spesso diritti esclusivi sui prodotti, queste piattaforme non solo hanno un contenuto selezionato al loro interno, ma impediscono di vedere quei contenuti al di fuori di esse…ALMENO PER VIE LEGALI.
Questo perché con l’arrivo di Netflix (grazie sempre USA), la persona media ha normalizzato (anzi, è arrivata a bramare) quello che Barry Schwartz ha definito “The Paradox of Choice”, ovvero quella paralisi decisionale donata dalla presenza di così tante opzioni da impedirti di trovarne una migliore, anzi LA migliore. E quando si pensa ad una scelta singola, all’opzione di acquistare un bel film che ci piace in formato individuale, il pensiero che arriva dirompente dalle viscere di noi risparmiatori seriali è “PER CARITÀ! Dovrei pagare un DVD ben 20€?! Quando con soli 5€ posso avere quello, più tutto ciò che voglio di altro?!”.
Peccato che gli euro sono diventati almeno 15 (si fa fatica a tenere traccia degli aumenti nelle tariffe, lo so) e io comunque volevo vedere solo quello…
Fin qui, direi nulla di particolarmente nuovo o sconvolgente. Tutte cose che abbiamo già sentito o pensato almeno una volta.
02
Come siamo arrivati fino a qui?
Perché sembra che tutto quello che possediamo progressivamente finisca in forma di abbonamento?
In realtà, il punto centrale è proprio quello: Noi non possediamo ciò che è in abbonamento, lo utilizziamo in cambio di un canone, o se volete una “rendita mensile” che la piattaforma richiede per fruire dei suoi contenuti.
E anche quando quei contenuti li compriamo in formato digitale, a differenza di quanto molti pensano, quel prodotto non è effettivamente nostro. Quando compro un CD, un DVD, o un libro, questo è di mia proprietà, e posso farci quello che voglio (a parte copiarlo e venderne le copie o cose così). Posso ascoltare il CD o posso usarlo per giocare ad acchiappa il frisbee con il mio cane. Così come posso leggere il libro o posso usarne le pagine con la colla vinilica per fare i castelli di Art Attack.
Acquistare un film o un libro su Amazon, ad esempio, è ben diverso. E non solo perché il Kindle non va affatto d’accordo con la colla vinilica…
Ma anche perché quell’acquisto ti permette di guardare, ascoltare o utilizzare il contenuto solo finché la piattaforma decide di mantenerlo lì.Non è l’acquisto del prodotto, è l’acquisto di una licenza per fruire del prodotto. È come se fosse un qualsiasi abbonamento, la differenza è solo che invece di una licenza mensile per godere di tutti i contenuti, è una licenza a tempo indeterminato per godere di un unico contenuto (finché non viene cancellato, aggiornato, o modificato). Soprattutto, non essendo nostro, non possiamo rivenderlo o restituirlo. Il prodotto rimane lì, è “nostro” senza essere di nostra proprietà e l’unica che può decidere il suo destino è la piattaforma stessa. E questo vale per ogni azienda che possiede una piattaforma digitale: che questa sia grande o meno grande, ci troviamo sempre in una condizione di dipendenza dalle piattaforme e dalle loro decisioni unilaterali.
Ma facciamo un passo oltre, questo non vale solo per l’intrattenimento a pagamento, ma anche e soprattutto per le piattaforme di social media che diamo per scontate e che sono ancora più pervasive nella nostra vita quotidiana. Solo che in quel caso, essendo per lo più gratuiti, solitamente paghiamo con i nostri dati. Questo fa sì che non si attivi nemmeno quel trigger cognitivo del nostro caro risparmiatore seriale che si rende conto di dover dare qualcosa in cambio: la richiesta di dati è ovunque online, la presentano istituzioni credibili e affidabili come le università, il sistema sanitario, il governo, dunque perché non dovremmo dare i nostri dati anche ai social, che utilizziamo molto di più e che riteniamo molto più vicini, personali. E nel frattempo i dati vengono monetizzati dalle piattaforme per essere utilizzati dalle aziende nel trovare i propri target commerciali provocando ad intere generazioni danni alla salute mentale e al benessere sociale in senso allargato. Ma questo è un altro discorso.
Rimanendo in tema, secondo alcuni sociologi ed economisti, in senso più ampio questa dipendenza dalle piattaforme è uno dei sintomi del fatto che ci troviamo già oggi all’interno di un sistema economico e politico diverso da quello capitalista, prevalente fino a 10 anni fa. Si tratta di un sistema in cui i due pilastri del capitalismo, mercati e profitto, sono stati sostituiti da nuovi pilastri: i mercati sono stati sostituiti da piattaforme digitali che si comportano come mercati, ma che non lo sono, perché appartengono a privati (vedi amazon, google shopping, facebook market, per gli esempi più plateali di “mercato” in senso stretto); il profitto è stato sostituito dal suo predecessore feudale, la rendita, o canone, o in sostanza quello che guadagni semplicemente per il fatto di possedere qualcosa, non per il tempo, lavoro imprenditoriale e rischio che ci hai investito.
Prima che qualcuno cerchi il mio indirizzo per venirmi a fare una ramanzina di economia spicciola in stile Calenda su La7, una precisazione importante: questo NON significa che mercato e profitto non esistono più, significa che non sono più centrali nel sistema come lo erano fino a 10 o 15 anni fa. Andiamo avanti e vediamo perché.
03
Tecnofeudalesimo by Varoufakis
Yanis Varoufakis, ex-Ministro delle Finanze greco, ha denominato il nuovo sistema come “Tecnofeudalesimo” (che poi sia davvero lui ad aver coniato il termine o se lo ha sgraffignato a qualche accademico poco conosciuto non saprei dire).
Il nome deriva dalla natura neofeudale di questo sistema nativo-digitale, in cui le grandi aziende proprietarie di piattaforme agiscono come i grandi signori, re e nobili di un tempo, che concedevano le loro terre, i feudi, in cambio di una rendita e degli obblighi. La meccanica è la stessa, se non che il capitale che i “Signori” concedono dall’alto della loro magnanimità è costituito non dalla terra, ma dalle loro piattaforme digitali (per questo vengono chiamati “Cloudalists” o “Signori del Cloud”).
Questa concessione, come nel passato, avviene in cambio della stessa rendita e di altrettanti obblighi (per noi utenti, pensate ad esempio ai termini e condizioni che siamo così abituati a firmare online).
Anche se la maggior parte degli obblighi e della rendita ricadono su un’altra categoria al di là degli utenti: se qualcuno si era preparato bene alle lezioni di storia delle elementari, ricorderete anche che c’era un altro ruolo centrale nel sistema feudale: i vassalli.
Oggi questo ruolo è ricoperto dalle aziende, i capitalisti “classici”, che continuano a sfruttare mercati e profitto ma per farlo sono ormai dipendenti dall’utilizzo delle piattaforme per vendere al loro interno, o per farsi pubblicità e rendersi noti agli utenti.
Proprio come i vassalli pagavano i Signori per coltivare la terra e trarne profitto attraverso i servi non pagati, così le aziende pagano i “Signori del Cloud” per vendere o pubblicizzarsi nelle piattaforme.
E i poveri piccoli utenti?
Gli utenti nella maggior parte dei casi diventano paragonabili a “servi della gleba digitali” (urrà per noi!): contribuiscono ad accrescere la ricchezza e il potere dei Signori del Cloud attraverso lavoro non pagato, in aggiunta alla loro occupazione effettiva. Il “lavoro gratuito” in questo caso infatti non si riferisce alla nostra professione ufficiale, ma riguarda diversi tipi di attività fornite gratuitamente, che rappresentano “lavoro” al fine della crescita della piattaforma stessa. Da una parte troviamo la fornitura di dati (demografici, personali, di utilizzo e di preferenza). Dall’altra ci sono le componenti attive della presenza sui social: la generazione di contenuti, la condivisione e la partecipazione, tutti fattori cruciali che aiutano ad accrescere a dismisura il valore e la centralità delle piattaforme nel nuovo sistema.
Più gente attiva, partecipe, ingaggiata, significa più persone coinvolte, espansione del pubblico, e capillarizzazione della piattaforma in ambienti sempre nuovi (scolastici, lavorativi, domestici, e così via). Questo significa che non solo permettiamo alle piattaforme di guadagnare di più senza essere retribuiti, ma che lo facciamo in un sistema così pervasivo che da un certo punto di vista abbatte virtualmente ogni nostro dominio privato e individuale, letteralmente l’opposto di quello che sarebbe il centro del capitalismo.
In quest’ottica non è un caso che l’attuale presidente degli Stati Uniti abbia creato la propria piattaforma digitale, Truth. O che il suo compagnetto di banco, l’uomo più ricco del mondo, abbia acquistato uno dei social già più utilizzati al mondo, (R.I.P. Twitter).
Nella logica del nuovo sistema, entrambi cercano di costruire il proprio feudo, di avere la propria rendita, e soprattutto di impostare le proprie regole con cui controllare vassalli e servi.
Allo stesso modo, non è un caso che all’inaugurazione dello stesso Presidente, i principali di questi signori del Cloud erano in prima fila, davanti a politici, diplomatici, e altri esponenti di interessi nazionali e internazionali.
Perché questo è il potere oggi. Almeno un determinato tipo di potere, un potere estremamente pervasivo e che funziona su larga scala. È per questo che già prima degli anni del Covid, e prima che il termine “Tecnofeudalesimo” fosse coniato, qualcuno già parlava di un modello post territoriale del potere (penso a Bifo nel libro “Futurabilità”).
Con questa formulazione si immaginava che nonostante il declino politico degli Stati Uniti, a detenere il vero potere sarebbero stati i proprietari di capitale digitale, delle piattaforme di intrattenimento, socializzazione e scambio (di prodotti, servizi, conoscenza, informazioni), ovvero le grandi corporazioni come Google, Amazon, Meta, Microsoft, ma anche Netflix e altre piattaforme, quando si rientra nell’ambito dell’intrattenimento.
Approfitto per menzionare in una o due frasi la questione geopolitica. Sotto questa luce, ha perfettamente senso che, proprio su questi fattori, la Cina ci tenga a fare tutto in casa.
Da Baidu per la ricerca di informazioni online, ad Alibaba per il commercio online, fino ad arrivare al quintessenziale WeChat, che copre praticamente tutto: messaggi, e-commerce, social, pagamenti, mini-giochi, servizi e prestazioni.
Perché si tratta di un potere non legato alla terra (come nel feudalesimo), né al profitto in senso stretto (come nel capitalismo), ma alla modellazione cognitiva e alla rendita costante. Il potere, in sostanza, risiede nell’imposizione di un raggio di possibilità, e al tempo stesso l’esclusione e “invisibilizzazione” di tutte le altre possibilità.
Si potrebbe dire che per quanto sia cambiato qualcosa nelle dinamiche di potere, preso nel suo insieme questo sistema non sembri così diverso dal “bel capitalismo sano e forte” che conosciamo già. Perché chiamarlo “Tecnofeudalesimo” e non “capitalismo digitale”, “capitalismo del cloud” o “ipercapitalismo”?
Il punto della questione sta nella volontà di diffondere consapevolezza a riguardo. Anche il capitalismo che ha sostituito il vecchio sistema feudale poteva essere chiamato “feudalesimo industriale”. Mercati, profitto e tutto il resto esistevano già durante il feudalesimo, solo che non erano il centro del sistema. I pensatori dell’epoca (Marx, Weber, Schumpeter e chi altro vogliate inserire in quel bel club del libro) gli hanno dato un nuovo nome per portare l’attenzione delle persone sui grandi cambiamenti centrali che stavano avvenendo al quel tempo. Erano cambiamenti che trasformavano in modo sostanziale i centri del potere, con mercati, profitto e capitale che si ponevano al centro di tutto. Per lo stesso motivo, diversi studiosi oggi cercano di porre l’attenzione su questi cambiamenti fondamentali proponendo un nuovo nome per il sistema.
Ritornando un attimo alla questione degli abbonamenti, cosa significa tutto questo? Che ogni abbonamento che abbiamo alimenta questo sistema? Non proprio.
Dobbiamo fare un’importante distinzione tra abbonamenti di piattaforma, da un lato, e gli abbonamenti tramite crowdfunding a singoli artisti o collettivi, dall’altro.
I prodotti o contenuti di cui possiamo usufruire nelle piattaforme sono standardizzati, al massimo distinti in pacchetti su più livelli (la formula ovvia, più paghi, più cose ottieni). Io non avrò alcuna influenza su questi contenuti, né potrò mai convincere la piattaforma a cambiare la sua offerta. Il crowdfunding al contrario è strutturato per sostenere un progetto specifico, che spesso è personalizzato sugli utenti, sulle loro preferenze o almeno in parte sulla loro partecipazione. Non stiamo dando rendita a nessuno perché l’artista che sosteniamo dedicherà del tempo e dello sforzo per realizzare ciò a cui stiamo contribuendo.
Infatti, e qui chiudo perché mi sono già dilungato abbastanza, il problema non sono gli abbonamenti in sé, e la soluzione non è certo quella di abolirli del tutto. Piuttosto, secondo diversi autori, sarebbe necessario ripensare la proprietà e la gestione delle piattaforme che ne guadagnano. Nel caso dei social, tutti consideriamo quasi in modo automatico Facebook, Instagram, Tik Tok e lo stesso Google come degli spazi pubblici, quando non è così. Sono frutto del processo decisionale che fa capo ad una e una sola persona, che sarà anche colui (o colei, più raramente) che ne guadagna la rendita. Per questo qualcuno pensa sarebbe il caso di rendere le piattaforme come realmente pubbliche, in modo da sovvertire questi sistemi verticali chiusi e far sì che elementi come l’acquisizione di dati e la capillarità dell’influenza cognitiva (se insostituibili) possano essere nelle mani di istituzioni affidabili, democratiche, o quantomeno composte da più attori che si compensino e controllino a vicenda.
FONTI
Se sei interessata/o, alcune fonti utili per approfondire il tema:
- Adkins, Lisa, Melinda Cooper, and Martijn Konings. The Asset Economy: Property Ownership and the New Logic of Inequality. Polity Press, 2020.
- Birch, Keane, and Fabian Muniesa. Assetization: Turning Things into Assets in Technoscientific Capitalism. The MIT Press, 2020.
- Bojić, Ljubiša M. Culture organism or techno-feudalism: how growing addictions and artificial intelligence shape contemporary society. Institut za filozofiju i društvenu teoriju, 2022.
- Dijck, José van, Thomas Poell, and Martijn de Waal. The Platform Society: Public Values in a Connective World. Oxford University Press, USA, 2018.
- Gane, Nicholas. Capitalism is capitalism, not technofeudalism. Journal of Classical Sociology (2024): 1468795X241269293. 2024.
- Reynolds, Simon. Retromania: Pop Culture’s Addiction to Its Own Past. Faber & Faber, 2011.
- Varoufakis, Yanis. Technofeudalism: What killed capitalism. Melville House, 2024.
- Gilbert, Jeremy. Techno-feudalism or platform capitalism? Conceptualising the digital society. European Journal of Social Theory 27, no. 4 (2024): 561-578.
- Wark, McKenzie. Capital is dead: Is this something worse? Verso books, 2021.
